24/05/21, 22:08La rivista il Mulino: Bob Dylan, un musicista?
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MUSICA
BOB DYLAN, UN
MUSICISTA?
DERICK HUDSON
Il bardo di Duluth compie 80 anni. Franco Fabbri
sottolinea il ruolo di Dylan non solo come autore
di canzoni, ma anche come musicista. Una
caratteristica troppo spesso dimenticata dalla
critica
di Franco Fabbri
22 MAGGIO 2021
«A song without music is a lot like H2 without the
RIVISTA DI CULTURA E DI POLITICA
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O» [Ira Gershwin (1896-1983)]
«Dylan, quel farabutto!»: qualcuno
giudicherà poco appropriato iniziare così
un articolo dedicato all’ottantesimo
compleanno di Bob Dylan, ma la frase è
stata pronunciata pochi anni fa da uno
studioso di musica molto stimato, in un
convegno al quale partecipavano molti
altri studiosi ugualmente stimati, in una
sede prestigiosa. Bisogna aggiungere che
l’esclamazione era inserita in un
intervento che non aveva nulla a che fare
né con Dylan né con la sua musica o con i
generi musicali collegati: era come se un
fisico, in mezzo a considerazioni sulla
materia oscura o sul bosone di Higgs,
avesse sbottato: «Piove, governo ladro!». E
la similitudine non si ferma al fatto che
l’interiezione fosse fuori dal contesto,
anzi: perché si può immaginare che un
oratore, se confida che il suo pubblico
abbia poca simpatia per il governo,
potrebbe in quel modo invocare
unaccondiscendenza, da sfruttare
retoricamente per avvalorare le proprie
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tesi, tutt’altre tesi. Ecco, mancava un
«nevvéro»: «Dylan, quel farabutto,
nevvéro!?». E infatti, nessuno tra il
pubblico accennò a una reazione: alcuni,
forse, perché colti di sorpresa da
quell’uscita, altri perché la condividevano.
Del resto, erano passate poche settimane
dalla data in cui, finalmente, Bob Dylan
aveva ritirato il premio Nobel per la
letteratura, vinto due anni prima: la
notizia, a suo tempo, aveva esacerbato gli
animi di molti, scatenato dibattiti
ontologici (cosa c’entrano le canzoni con
la letteratura? E il teatro, invece?),
ringalluzzito i sostenitori dell’equazione
«testi delle canzoni = poesie». Quasi
nessuno, a dire la verità, si prese la briga
di commentare il lavoro di Dylan come
musicista, dando per scontato che anche
per l’Accademia delle scienze di Stoccolma
l’aspetto musicale delle sue canzoni fosse
fuori questione (perché non si assegna un
premio Nobel per la musica, «nevvéro»?).
Ma era proprio così?
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«Quasi nessuno si prese la briga di commentare il lavoro di
Dylan come musicista, dando per scontato che anche per
l’Accademia delle Scienze di Stoccolma l’aspetto musicale
delle sue canzoni fosse fuori questione»
La motivazione del premio recita: «Per
aver creato nuove espressioni poetiche
all’interno della grande tradizione della
canzone americana». Nella nota biografica
allegata si dice fra l’altro: «Le canzoni di
Bob Dylan hanno radici nella ricca
tradizione della musica folk americana
[…]. Dal suo debutto nel 1962, ha
ripetutamente reinventato le sue canzoni
e la sua musica». E allora, non è vero che
il premio non riguardi la musica. Il punto
è di capire che cosa sia quella «grande» o
«ricca» tradizione (della canzone o della
musica folk?) e quale eettiva competenza
della storia della musica folk e popular, e
del ruolo di Dylan al suo interno, fosse alla
base del giudizio dell’Accademia. Perché,
tra l’altro, è vero che Dylan ha
«ripetutamente inventato le sue canzoni e
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la sua musica», ma anche il lettore più
distratto della sua biografia dovrebbe
sapere che prima di entrare nel giro del
folk music revival Dylan si era appassionato
al rock ‘n’ roll e alle canzoni dei tunesmiths
del Brill Building (le coppie di parolieri e
compositori che avevano fornito il
materiale ai cantanti Usa fra la fine degli
anni Cinquanta e i primi Sessanta), che
era perfino aperto a prendere in
considerazione Neil Sedaka, in quanto
autore delle proprie canzoni, e che
unaltra sua fonte indiscutibile, più tardi,
sarebbe stata la musica country &
western. Quindi quella «grande tradizione
della canzone americana» va intesa in un
senso quasi onnicomprensivo, nel quale
certamente si deve includere quella che
per qualunque storico della musica
statunitense è la «grande tradizione» per
eccellenza: quella di Tin Pan Alley, di
Irving Berlin, di George e Ira Gershwin, di
Jerome Kern e Lorenz Hart, di Richard
Rodgers e Oscar Hammerstein jr., di Cole
Porter, fino a Stephen Sondheim e –
inevitabilmente – Leonard Bernstein. Ma
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per arrivare a un giudizio come quello
dell’Accademia quella tradizione bisogna
conoscerla, e magari essere liberi dal
preconcetto adorniano che la musica di
Tin Pan Alley fosse il prodotto di una
industria fordista basata sulla
standardizzazione, dunque tutto il
contrario di ciò che le persone colte
chiamano «poesia» (si vedano, invece, Ph.
Furia, The Poets of Tin Pan Alley. A History
of Americas Great Lyricists, Oxford
University Press, 1990, e A. Forte,
Listening to Classic American Popular Songs,
Yale University Press, 2001).
«I musicisti l’avevano sempre saputo che nelle mie canzoni
c'era qualcosa di più che non le sole parole, ma la maggior
parte della gente non fa il musicista»
Dylan stesso ha rivendicato qualche volta
il proprio ruolo di compositore: «I
musicisti l’avevano sempre saputo che
nelle mie canzoni c'era qualcosa di più che
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non le sole parole, ma la maggior parte
della gente non fa il musicista» (B. Dylan,
Chronicles, Volume I, trad. it. Feltrinelli,
2004). Ha anche detto, in un’intervista:
«La maggior parte di quelli che scrivono di
musica non hanno la minima idea di come
ci si senta a suonarla». È dicile dargli
torto. Se in una canzone, in una citazione,
in una dichiarazione di Dylan si
incontrano i nomi di autori come William
Blake, Walt Whitman, Edgar Allan Poe
(come in I Contain Multitudes, il brano che
dà inizio all’album più recente, del 2020)
si scatena la corsa dei critici a rintracciare
– e per lo più rinnovare stancamente, dopo
decenni – le influenze letterarie di Dylan;
ma se parla di musica, silenzio. Nel primo
volume, l’unico finora pubblicato, della
sua autobiografia (Chronicles, Volume I,
cit.), Dylan dedica alcune pagine (pp. 141-
145) a uno stile di accompagnamento che
gli era stato insegnato da Lonnie Johnson
nei primi anni Sessanta, e che poi aveva
riscoperto più tardi, ponendolo alla base
del rinnovamento del proprio repertorio.
È una descrizione dettagliata, ma poiché
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Dylan non usa un gergo tecnico condiviso
né ricorre a esempi annotati è dicile da
capire; è anche troppo lunga da riportare
qui, ma si può provare a suonarla.
Comunque sia, è certamente la chiave per
comprendere le trasformazioni radicali
alle quali Dylan sottopose da un certo
punto in poi le sue canzoni più note, fra lo
sconcerto di una parte del pubblico e lo
sconforto dei critici. Ma non risulta che
quelle pagine siano state usate come
spunto per unanalisi dello stile vocale e
chitarristico di Dylan. Chissà che
qualcuno, prima o poi, non ci voglia
provare.
Per chi, invece, abbia frequentato le
canzoni di Bob Dylan da cantante e
strumentista, quel processo di continua
invenzione e reinvenzione ricordato
dall’Accademia svedese è quasi ovvio.
Dylan ha ragione a sostenere di essere
stato un innovatore anche (e soprattutto?)
nella musica. Le corde di recita delle sue
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canzoni «col dito puntato» (l’espressione
compare in un saggio con intervista di Nat
Hento del 1964, Quei suoni esplosivi,
fragorosi, dirompenti, in Parole nel vento. I
migliori saggi critici su Bob Dylan, a cura di
A. Carrera, Interlinea, 2008, p. 35) del
periodo «politico», l’uso narrativo del
fingerpicking in Percy’s Song (si veda il mio
Il tempo di una canzone, in F. Fabbri, Il
tempo di una canzone. Saggi sulla popular
music, Jaca Book, 2021) e in Mr.
Tambourine Man, le linee di basso
discendenti e ascendenti per grado di Like
a Rolling Stone e delle altre canzoni intorno
al 1965, la svolta (scandalosa!) verso la
forma «Aaba» in Nashville Skyline (1969),
dove Dylan maneggia il bridge con la
disinvoltura e l’arditezza di un Rodgers (si
confronti il bridge di I Threw It All Away
con quello di Blue Moon: qual è quello più
ingegnoso?), fino alla decomposizione
della prosodia nelle canzoni degli anni
Duemila, come Nettie Moore (2006), o la
stessa I Contain Multitudes (2020).
Cento di questi anni, farabutto!